Punti di rottura

Il mestiere del fumettista è strano. Intendo, quello di chi disegna e racconta cose proprie.

 

Qual è il passo fondamentale, il punto di svolta che ad un certo punto della tua vita, ti butta su una scrivania e ti fa dire “ora mi siedo e racconto”?
No perchè, anche se si tende a pensarla (e ad esporla) come un qualcosa di particolarmente istintivo e “innato”( “disegno e racconto da sempre” oppure “mi viene naturale, l’ho sempre fatto!”), personalmente non credo che sia così. Non lo è per nulla, a dire il vero.
Non parlo del disegno in sè per sè, e della gioia terapeutica che riesce a trasmettere. Quella è un’altra cosa.
Parlo del raccontare, col disegno. Parlo del racconto.

In ognuno di noi esiste quel punto di svolta che ci mette nella condizione di voler raccontare delle cose. E’ un punto di rottura, ed è sempre preciso. Concreto, palpabile. Anche se non ce ne siamo mai accorti, pensandoci con attenzione, quel punto di rottura c’è sempre. Guardandoci dentro a ritroso, possiamo individuarlo con molta precisione.
Non me ne vogliate, ma non parlo in generale “di tutti i disegnatori”. Parlo di chi sente un bisogno innaturale di raccontare le cose. E questo divide i disegnatori in due categorie completamente diverse. (Si badi bene che l’una non è superiore all’altra…dico solo che sono due categorie diverse, molto, molto diverse tra loro…)

Se dentro di voi sentite una pulsione al racconto molto simile alla sofferenza, o alla gioia, allora quel “punto di rottura” esiste anche nel vostro passato. Sempre.
Un punto preciso della vostra vita.

Nella mia infanzia non avevo bisogno necessariamente di sedermi e disegnare. Avevo un rapporto scambievole con ciò che avevo intorno. Stavo in piedi.
Riuscivo a tenere gli occhi aperti. E poi, ad un certo punto, mi sono ritrovato seduto davanti ad una matita ed un foglio. Intendo “seriamente”, con davanti una matita ed un foglio.

Ora gli occhi li chiudo.
La mia interazione con ciò che ho di fronte, è un’impressione sulla retina dell’ animo che, automaticamente, vado a rielaborare. E’ un istante, un battito di ciglia. Una specie di fotografia.
Nel farlo, chiudo sempre gli occhi, e chi mi conosce e mi osserva davvero bene, se ne sarà sicuramente accorto.

Se da piccolo mantenevo gli occhi sempre aperti, rispondendo a ciò che avevo intorno con una forza pari e contraria, ora, da quella forza, mi faccio soverchiare: mi faccio colpire apposta, per poterla somatizzare. Non so perchè lo faccio: forse è perchè ho capito che questo meccanismo ha in sè una tale grazia da permettermi di rigenerare continuamente il mio modo di raccontare e di mantenerlo sempre nuovo, fresco.

Tuttavia, la domanda è sempre stata: come si può passare da uno stato del genere, ad un altro completamente opposto? Tra il bambino che guarda ad occhi aperti a quello seduto a disegnare con gli occhi chiusi, non intercorre nessuna similitudine. Nessuna. Sono due persone diverse.

E allora il punto di rottura c’è per forza.
Io so qual è quel punto, ed è la natura stessa di ciò che faccio: è il “perchè” lo faccio, e il perchè ho iniziato a farlo.

Non parlo necessariamente di eventi traumatici che ci hanno segnato, anche se, generalmente, questi punti di rottura sono proprio cose di quel genere.
Più è forte la pulsione al racconto, più largo è il punto di rottura. Per alcuni è un puntino segnato a matita, una consapevolezza o una presa di coscienza.
Per altri, è una enorme voragine.

Se lo individuate, trattenetelo con forza, il vostro punto di rottura. E’ quella la vera energia del vostro raccontare. Nel bene e nel male, non deve andare dispersa. Mai.
La vedo così.

 

 

5 Commenti a “Punti di rottura”

  1. TeaSe TeaSe scrive:

    Io amo il modo in cui trasmetti Emozioni.
    Dal tuo modo di raccontare, di scrivere, di disegnare, trapela questa pulsione al voler trasmettere storie ed emozioni.
    Tu dici di farti travolgere dal mondo, di poter in questo modo somatizzare il tutto, ma al contempo hai la capacità assoluta di travolgere chi ti legge con altrettanta forza!

  2. Kokoro Kokoro scrive:

    Oddio Sore….mi hai fatto piangere.

  3. Lorenzo_R scrive:

    Niente da dire, niente da aggiungere.
    Un post magnifico.

  4. Claudia scrive:

    Ricordo che quand’ero piccola dietro ogni disegno per me c’era una storia. Era ovvio che ci fosse. A chiunque mostrassi un mio disegno raccontavo la storia dietro e successivamente cominciai a fare fumetti su un quaderno. Poi crescendo… non so. Avevo ancora voglia di immaginare e raccontare ma col tempo mi sono inibita. Ma sto lottando ancora per trovare il coraggio di raccontare e sono fiduciosa che quel punto di rottura sia lì, quasi dietro l’angolo.
    I tuoi post non sono mai inutili e sono sempre molto profondi. ;)

  5. Tenaga scrive:

    Questo post mi ha toccato nel profondo, come se in un certo senso raccontasse anche un po’ di me. Comprendo al 100% quello che vuoi dire e condivido. Spesso sono pensieri che teniamo per noi e rimuginiamo continuamente su queste cose ma quando ci viene l’dea di condividerli con il resto del mondo il risultato non è solo una specie di piccolo “sfogo, ma è anche il fatto di far del bene. Almeno così l’ho ricevuto io questo messaggio, per me è stato positivo e motivante e mi ha fatto sorridere. Quindi ti ringrazio per avermi fatto stare bene leggendolo! E quando leggo queste cose mi sento un po’ meno “sola” (passami il termine!) in questo lavoro!

    Ten-

Dicci la tua!